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Io - Pasifae

 - Civiltà greca

ESCHILO, Prometeo Incatenato, Terzo Episodio

 

Entra Io, in delirio. Ha una maschera bovina. Scarna come

giovenca resa pazza dall’aculeo di un tafano. A voce

altissima.

Io: Che paese? Che ceppo? Mi abbaglia,/la vista di uno

imbrigliato alla roccia al flagello del gelo./Chi sarà? Che colpa

sconti, morendo? Fa’ segno,/che terra è qui, meta al mio

randagio penare?/Aaah!/Soffro! Ecco, lancinante aculeo/lo

spettro di Argo, sangue di Terra./Svialo, mio dio!Orrore/il

bovaro -lo vedo!- costellato di occhi./Cammina. Ho addosso

il suo occhio. Mi spia./Occhio morto, e neanche la terra lo

vela!/A darmi tormento/varca l’abisso, mi bracca: cagna

magra, sbandata sulle dune salmastre. Soffuso m’asseconda

l’intreccio/di canne e di cera,/docile eco, ritmo che spande

sopore. Aaah, che dolore!Dove, dove mi scaglia/la corsa

randagia che si perde lontano?/Tu, figlio di Crono, dove,

dove, m’hai colto/in peccato, da gettarmi addosso/le stanghe

del mio tormento?/Aaah! Perché mi trapassi/-spavento

d’aculeo ch’inchioda- spaurita in delirio?/Fammi lucente al

tuo fuoco, cancellami/giù nella terra,/offrimi, carne alle

zanne/dell’abisso marino./O Sovrano, non chiuderti/al mio

supplicare./Basta con l’immensa corsa randagia:/la corsa, la

mia lotta è finita. Mi manca l’idea per spogliarmi dei mali./Mi

senti? Sono io giovinetta che ti grido, io, mascherata di corna,

giovenca.

Prometeo: Potrei non udirti? Tu sei quella di Inaco, la giovane

che l’aculeo sferza. Sei quella che scalda Zeus di passione.

Incarni l’odio di Era: ora gareggi senza via di scampo, tappa

di corsa che non ha confini.

Io: Da che fonte tu chiami per nome mio/Di’ a me, di’ alla

sofferente chi sei (padre?/Tu o dolente che a me

addolorata/parlasti sincero, tu che hai saputo/dare il suo

nome al male sfrecciato da dio/a smagrirmi, trapassarmi/con

sproni di sbandato furore./Aaah!/che miseria, i miei scatti

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continui/-via senza cibo- scalpitare, a folate,/e approdare

quassù, sfiancata dal carico d’odio/fondo, cosciente di

Era./Gente, voi che avete nemico il destino,/che soffre la mia

tortura?/Avanti, scava,/illumina il fondo della mia passione

che m’attende la varco. C’è mezzo, da sanare il mio

male?/Devi dirlo, se sai./Parla alto, svelalo/alla donna che

lotta col suo vagare.

Prometeo: Scaverò fino in fondo. Dirò quanto cerchi sapere.

Non intreccio storte parole. Con trasparente linguaggio, come

è dovere aprire le labbra con chi ti è vicino. Sono io, fautore

del fuoco ai viventi: Prometeo!

Io: Oh splendore di bene che illumina il mondo mortale,

Prometeo! Ma tu soffri, che colpa sconti col tuo sacrificio?

Prometeo: In questo punto ho placato i lamenti sul mio

soffrire.

Io: Vorrai però porgermi questo favore…

Prometeo: Di’ la richiesta. Puoi apprendere tutto da me.

Io: Chi t’inchiodò al precipizio? Spiega.

Prometeo: L’insidia di Zeus. E il braccio di Efesto.

Io: E’ castigo il tuo. Di quali delitti?

Prometeo: Basta. Per me t’ho svelato abbastanza.

Io: Prego, va’ avanti. La meta, la meta del mio correre: dilla!

E di’ il giorno: chissà se esiste nel mio futuro di pena.

Prometeo: Non sapere il futuro vale più che saperlo, per te.

Io: Non tenermi nel buio sul mio futuro soffrire.

Prometeo: Bene, non voglio usurpare il favore che ti spetta.

Io: Però dubiti. Non vuoi farmi pienamente luce?

Prometeo: Non è chiuso egoismo. Tremo, a schiantarti la

mente.

Io: Non penare per me prima del tempo. Io sono contenta

così.

Prometeo: Lo vuoi di cuore. Bisogna parlare. Attenta.

Corifea: Fermo, ti prego. Ci sono anch’io. Fa’ cosa grata

anche a me. Vogliamo la storia del suo delirio, dalle sue vive

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labbra il racconto del suo devastante passato. Poi s’istruisca

da te sulla lotta che le resta da vivere.

Prometeo: Io, devi scegliere di piegarti, assecondare la loro

preghiera. Bada, anzitutto: hanno il tuo sangue paterno. E

disperarsi, sospirare sul proprio passato -se poi che t’ascolta

ti porge tributo di pianto- è prezzo buono per il tempo speso.

Io: Non so certo tradirvi. State per udire l’intera mia storia,

con lingua sincera, com’è vostro volere. Confesso. Ho pudore

anche solo a narrare il gelido vento alitato da un dio, il mio

bel viso stravolto, disfatto, la radice di quell’assalto che mi fu

addosso di volo, a prostrarmi./Sì. Nelle notti era fitto aleggiare

di sogni al mio letto di giovane, a sedurmi, con voci come

carezze: “Fanciulla, il destino ti bacia. Perché questa

verginità caparbia, se t’è offerto di godere -è il tuo fato- di

nozze sovrane? Zeus, sì Zeus è tutto caldo nel tuo strale,

della tua febbre. La sua voglia è godere Afrodite con te. Figlia,

non scalpitare contro il letto di Zeus. Alzati, corri alla radura

di Lerna, nel folto, laggiù agli steccati, ai prati paterni: che tu

sia di refrigerio all’occhio spasimante del dio!” Ecco che

specie di sogni gremiva la mia pace notturna. E io gemevo!

Alla fine trovai la forza: svelai a mio padre le visioni che mi

popolavano il sonno. E s’affannava, con gli esperti del dio,

che corressero fitti a Pito, a Dodona: il suo scopo era grazia

dei numi. Al loro ritorno era sempre sfarfallio di presagi

sfumati, insensati: una lotta, sbrogliarli. Finché trasparente

parola venne a mio padre. Alto, imperioso comando, e diceva

di me: cacciarla dalle mura e dalla terra paterna, randagia

fino all’orlo remoto del mondo, animale slegato. Se negava,

scattava incandescente saetta da Zeus: e il suo ceppo intero

svaniva nel buio. Credette mio padre all’Obliquo, alla sua

voce presaga. Mi gettò sulla strada, mi sprangò in faccia le

porte: lui, disperato, io disperata! Ma lo schiacciava lo

sperone di Zeus, senza via di fuga: era agire obbligato. D’un

tratto si sfaceva la mia bellezza, e insieme il sentimento. Sulla

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fronte le corna -ecco, guardate- addosso le fitte, i morsi del

moscone, a lacerarmi: delirio di scarti e di balzi, fino alla cara,

dissetante fiumana Circneia e allo sgorgo di Lerna. M’era

ombra un bovaro, sangue di Terra, Argo: pura rabbia furiosa,

una folla di occhi di avidi sguardi a contare uno dopo l’altro i

miei passi. Una fine fatale -insperata, fulminea- lo strappò alla

vita. Da allora, ai colpi d’aculeo, celeste scudiscio, io mi

trascino fuggendo paese dopo paese./Ecco, sai la vicenda.

Se puoi dire il fondo del mio sacrificio spiegalo. Via il

consolante tepore delle bugie pietose: il più maligno vizio, ti

dico, è parlare artefatto.

Coro: Via, via, frenati, basta!/Io no, io no; non osavo

aspettarmi/d’udire storia fuori dal mondo/-pene, infamie,

paure/riluttano, a coglierle, i sensi, la vista!-/che mi togliesse

il respiro/il gelo che spira dall’aculeo a due tagli./Aaah, caso

fatale:/tremo, negli occhi il passato di Io.

Prometeo: Troppo in fretta spasimi, trabocchi quasi

d’angoscia. Frenati, completa la tua conoscenza con gli ultimi

casi.

Corifea: Di’ tutto, spiega la fine. Chi soffre è più lieto, se

apprende per tempo, scavando, il fondo dei propri dolori.

Prometeo: Il vostro volere di prima è compiuto. Fu comodo.

A me, lo dovete. Volevate da lei, dal suo vivo racconto,

sapere per prima la lotta che Io ha vissuto. Ora attente, vi

dico la fine; i dolori che lei, questa giovane donna, deve

ancora soffrire: Era è la fonte. E tu, germoglio di Inaco,

chiuditi dentro il mio dire: saprai fino in fondo dove termina il

viaggio./Parti da noi, volgi il viso alle sorgenti del sole e corri

pianure che non sanno aratro. Toccherai gli Sciti errabondi:

per alloggio tettoie a graticcio, sospesi su carovane robuste,

per armi hanno archi che vanno lontano. Non devi accostarli.

Lambisci col passo gli anfratti ululanti di flutti, e traversa il

paese./A sinistra stanno i Calibi, fabbri ferrai: guardati bene

da loro, sono incivili, scontrosi coi forestieri. Eccoti ora

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all’Ibistre, il fiume Furioso: il suo nome non mente. Tu non

passarlo -del resto non offre passaggi- finché non ti trovi sul

Caucaso, la catena sovrana. Lassù, dalla cresta più alta, il

fiume sventaglia il suo soffio possente. Poi ti tocca scalare

picchi compagni alle stelle, e imboccare la strada, giù al

mezzogiorno, finché incontrerai le Amazzoni armate,

nemiche del maschio. Questa gente, col tempo, fisserà la sua

sede a Temiscira, là al Termodonte. Laggiù è Salmidesso,

irta ganascia marina: odia ospitare marittimi, lei, madre

snaturata di navi. Saranno le Amazzoni a dirti la via, gioiose.

Così arriverai alla lingua Cimmeria, proprio alle bocche del

lago, a quel varco serrato. Qui devi raccoglierti dentro il

coraggio, partire, e guardare il canale Meotico. E sarà

perenne nel mondo la storia famosa di questo tuo varco. Da

esso avrà il nome: Bosforo, Guado di Io, la Giovenca./Così

avrai lasciato la terra d’Europa, e verrai nei paesi dell’Asia.

Che vi sembra: quello, il despota del cielo, non è impetuoso,

troppo, con tutti? Ecco, una donna: lui, dio, per la voglia di lei

le precipita addosso questa vita randagia. Aspro innamorato

ti toccò, fanciulla, per la tua mano. Pensa: la vicenda che hai

udito narrare non è ancora la prima nota del canto!

Io: Aaah, Io, Io!

Prometeo: Ancora tu mugoli, stridi. Che altro farai, se senti la

fine dei tuoi dolori?

Corifea: Si? Narri il fondo della sua passione?

Prometeo: Gelido mare nemico di penosi strazi.

Io: Ormai, che mi frutta la vita? Anzi, dovevo essere svelta,

lasciarmi cadere dal picco pietroso. Uno schianto alle rocce,

ed era il sollievo da tutti i tormenti. Sì, meglio la morte, e finirla

per sempre, che vivere intero -catena di giorni maligni- il mio

patimento.

Prometeo: Che schianto, per te, se vivessi la mia agonia! Non

esiste la morte, per me: è fatale. Quello mi sarebbe sollievo

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al tormento. Nel mio avvenire non è tracciata sicura frontiera

al dolore: se prima Zeus non crolla dal suo potere di despota.

Io: Esiste, quel tempo: Zeus che crolla dal regno?

Prometeo: Festa grande, per te, vedere quel giorno, io credo.

Io: E come, altrimenti? E’ colpa di Zeus la mia prova.

Prometeo: Rallegrati: quest’evento è già quasi realtà.

Io: Che mano lo spoglierà dal suo scettro imperiale?

Prometeo: La sua. Sarà colpa del suo vuoto cervello.

Io: Come si svolge? Di’ chiaro, se non temi colpo maligno.

Prometeo: Sposa. Sposalizio che col tempo l’amareggia di

pena.

Io: Creatura celeste o vivente? Se t’è dato, rispondi.

Prometeo: Non chiedere “chi”! E’ segreto che non si rivela.

Io: E’ colpa della sposa se Lui piomba dal trono?

Prometeo: Di lei. Farà un figlio più potente del padre.

Io: Non c’è mezzo per lui di sviare il futuro?

Prometeo: Nessuno: solo io, quando mi siano aperti i miei

ceppi.

Io: Chi può aprirli, se Zeus è contrario?

Prometeo: Dev’essere uno che viene da te, dal tuo sangue.

Io: Come? Un figlio, da me ti strapperà alla tua pena?

Prometeo: Il terzo nato: conta dieci nascite prima.

Io: Non è esplicito questo tuo canto presago.

Prometeo: Anche tu, non chiedere più. Non sviscerare la

pena futura.

Io: M’allunghi una grazia, poi la ritrai. Non farlo.

Prometeo: Due vicende. Una soltanto te ne posso offrire.

Io: Due, quali? Spiegale, prima e concedimi una scelta.

Prometeo: Concedo. Tu scegli. O svelo chiara la passione

che ancora ti attende, o quello che verrà a slegarmi.

Corifea: Fanne uno a lei, l’altro a me di questi favori. Accetta,

non deluderci: meritiamo il racconto. A lei profeta l’ultimo

peregrinare, a noi il liberatore. Lo voglio, ti dico.

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Prometeo: Se vi sta tanto a cuore, non posso impedire: ecco

l’aperta predizione, come voi insistete./Io comincerò da te.

Svelo il gorgo infinito del tuo vagare: segnalo, tu, nei fogli

profondi della memoria. Compiuto il tuo guado del fiume,

frontiera di due terreferme, cammina alle fonti lucenti del sole,

passa fragore di mare ed ecco, ti trovi alle zolle Gorgonie,

laggiù, a Cisterne. Vi stanno le Forcipi, tre, millenarie fanciulle

-cigni, a vederle- una sola pupilla per tutte, un identico dente.

Mai si posò su di loro sguardo radioso di sole, o di notte

lunare. Accanto, le loro sorelle, pennute, villose di rettili: tre

Gorgoni, schifo del mondo. Un’occhiata, e non c’è creatura

che serbi il respiro. Ti serva da scudo il racconto. Attenta.

Ecco il quadro che segue: ripugna, al contatto. Schiva la muta

di Zeus, i Grifoni: becchi taglienti, non sanno ringhiare. Con

loro il branco sgroppante dei guerci Arimaspi, al galoppo:

vanno alla sponda del rivo Opulento, che fluisce dorato.

Gente da non starci vicina. Poi arrivi alla terra ai confini del

mondo, agli uomini negri che vivono sotto le fonti del sole, là

dove scorre L’Etiope, il fiume Riarso. Inoltrati lungo gli argini,

finché incontrerai la cascata: laggiù, dalle alture dei Libri

sgorga il flusso adorato e prezioso del Nilo. Sarà lui ad aprirti

la strada, giù al triangolo di terra che si chiama Nilotide. A tale

distanza, Io, è deciso che sorga a te a al tuo ceppo la nuova

dimora. Se nel racconto c’è parola che zoppica, chiusa,

ostinata, chiedi due volte, illumina la tua conoscenza. Tanto

è fermo il mio tempo: più di quel che vorrei.

Corifea: Continua, se t’è rimasta una fine -o parole taciuteda

predire al suo devastante vagare. Ma se la tua storia è

conclusa, rendi a noi il favore richiesto. Certo ricordi.

Prometeo: Conosce ormai l’ultima soglia del suo viaggiare.

Ma voglio ridirle le pene patite, prima di giungere qui. Che

sappia: non è folle la storia che ha udito. Sarà questo il pegno

della mia profezia./Lascio nell’ombra il groppo pesante del

tuo passato, eccomi dritto alla soglia del tuo viaggio

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randagio./Dopo che fosti alle campagne Molossie, a Dodona

-la cresta scoscesa, dov’è il soglio veggente di Zeus

Tesprozio e il sovrumano prodigio, le querce eloquenti, la cui

voce gridò, tersa, senza giri viziosi, che tu diventavi col tempo

sposa illustre di Zeus: c’è sprazzo di festa, per te, in quel tuo

passato?- poi partisti, e a colpi d’aculeo, per la strada rasente

la spiaggia, scappasti al seno vasto di Rea, e da qui raffiche

di delirio, a rimbalzarti in scorrerie senza fine. Ma tempo

verrà, e quel rientro marino -ricordalo bene- Ionio, avrà nome:

testimonio del tuo viaggio alle genti del mondo. Ecco, questa

è per te garanzia del mio intelletto che sa spingere l’occhio

ben oltre la chiara parvenza dei fatti./Voi e lei, qui, unitevi,

attente: svelo la fine. Ritorno nel solco della mia storia di

prima. Esiste città, estrema del paese d’Egitto, Canobo: alla

bocca del Nilo, alla sua massicciata terrosa. In quel punto

Zeus ti ridà sentimento: col tocco, delicato sfiorare di mano

che non sa tremore. E darai alla luce Epafo negro, Figlio del

tocco, che dice col nome il suo essere nato da Zeus. Sarà lui

a far fruttare la piana, quanta ne irrora il corso possente del

Nilo. Alla quinta progenie da Epafo, cinquanta fanciulle

sbocciate al suo ceppo verranno ad Argo di nuovo: sarà

scelta ribelle, fuggitiva ripulsa all’unione nuziale -intreccio di

sangue- ai cugini. La passione di questi sarà fondo delirio:

falchi che tortore non sanno staccare, caleranno alla caccia

di nozze. Caccia vietata: e un dio sottrarrà questa carne di

donna. Si spalancherà per loro il suolo Pelasgio, prostrati da

mano armata, assassina, di donna: scatto insonne, la notte

di nozze! Sposa che strappa al suo uomo la vita: una per una,

tempra la lama tagliente allo squarcio. Fosse tale, a chi mi

odia, l’assalto d’Amore! Ma la voglia d’amare sarà magico

freno a una giovane donna: non può uccidere l’uomo a letto

con lei, si smussa il suo progetto di morte. Tra due, sarà

questa la sua scelta: avrà nome di fragile donna, non

d’assetata di sangue. Sarà lei a far nascere ceppo di re, in

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Argo. Ma scavare, scorrere i fatti richiede storia infinita. Da

questa semenza sorgerà tempra d’eroe, destinato a brillare

per l’arco: lui mi salverà da questo patire! Così suona il

presagio che mi narrò la madre mia millenaria, la Titanide

Temi./Il momento, il mezzo è storia che non termina mai:e tu

non hai frutto a saperla completa.

Io: Aaah! Pietà!/M’arroventano crampi, raffiche in

cuore/dementi, punta d’aculeo,/mi trapassa,

m’agghiaccia./Scalpita il cuore d’angoscia,/si torcono gli

occhi -ruote impazzite-./Cieco delirio, a folate, mi scaglia/fuori

di me. Si scatena la lingua./Impasto fangoso il mio dire,

risacca che picchia nei flutti di amara rovina.

Apollodoro: Mito di Io

Da Argo e Ismene, figlia di Asopo, nacque Iaso, e da Iaso, si

dice, nacque Io. Ma Castore, l’autore delle “Cronache”, e

anche numerosi tragici, raccontano che il padre di Io era

Inaco; mentre Esiodo e Acusilao la dicono figlia di Pireno.

Pure essendo Io sacerdotessa di Era, Zeus la sedusse; ma

Era lo scoprì, e allora il Dio toccò la fanciulla e la trasformò in

una candida vacca, giurando alla sposa Era di non essere

mai stato il suo amante; per questo, dice Esoso, gli spergiuri

d’amore non provocano l’ira divina. Ma Era chiese a Zeus di

poter tenere per sé quella vacca, e le mise come guardiano

Argo, l’onniveggente: figlio di Arestore, secondo Ferecide, o

forse di Inaco, come sostiene Asclepiade, o forse ancora,

come sostiene Cercope, figlio di Argo e Ismene, a sua volta

figlia di Asopo. Acusilao invece afferma che Argo nacque da

Gea. Egli legò la vacca a un ulivo nel bosco del territorio di

Micene; ma Zeus ordinò a Ermes di rapirla. Ierace fece la

spia, ed Ermes, non potendo ormai impadronirsi della vacca

di nascosto, dovette uccidere Argo con una pietra: per questo

il dio venne chiamato Argifonte, cioè “uccisore di Argo”. Allora

la Dea Era mandò un tafano a tormentare la giovenca, e

quella corse via, prima verso quel golfo che dopo il suo

passaggio venne chiamato Ionio, poi, attraversata l’Illiria e

superato il monte Emo, oltrepassò lo stretto che a quel tempo

si chiamava Tracico, e dopo il suo passaggio Bosforo. Poi se

ne andò verso la Scozia e la regione dei Cimieri, e vagò per

tante terre e tanti mari d’Europa e d’Asia; e finalmente

raggiunse l’Egitto, dove ritrovò il suo aspetto di prima e

partorì il figlio Epafo, sulle rive del fiume Nilo. Allora la Dea

Era ordinò ai Curati di farlo sparire; e quelli eseguirono il

comando. Ma Zeus se ne accorse e li uccise; e Io si mise alla

ricerca del figlio. Di nuovo vagò per tutta la Siria, perché le

avevano detto che suo figlio era là, allevato dalla sposa del

re di Biblico; così ritrovò Epafo e ritornò in Egitto, dove sposò

Telefono, il re degli Egizi. E innalzò una statua a Demetra,

che gli Egizi chiamano Iside, e Io stessa venne chiamata

Iside.

Giove e Io

Giove, invaghitosi di Io, figlia di Inaco re di Argo, cerca di

conquistarla e di sedurla. Il dio, per celare a Giunone la sua

infedeltà, avvolge la terra con una coltre di nubi. Giunone

però si insospettisce e ordina alle nebbie di dissolversi,

riuscendo così a ritrovare il suo consorte. Questi intanto, per

proteggere Io dalla rabbia della moglie, trasforma la ninfa in

una bianca giovenca. Giunone, fiutato l’inganno, chiese in

dono la giovenca e Giove non poté tirarsi indietro. Allora la

dea affidò Io-giovenca ad Argo dai cento occhi perché la

sorvegliasse. Giove chiese a Mercurio, suo messaggero, di

liberarla. Mercurio, trasformatosi in pastore, addormentò il

vigile Argo raccontandogli la storia di Pan e Siringa, e poi lo

decapitò. Giunone, dispiaciuta, prese i cento occhi di Argo e

li applicò sulla coda del pavone, animale a lei sacro. Io

punita nuovamente da Giunone, che le invia un tafano a

tormentarla, è costretta a girovagare senza sosta per tutta la

terra. Arrivata al braccio di mare tra Europa e Asia, Io

attraversò a nuoto lo stretto, che così prese il nome di

Bosforo ("passaggio della giovenca"). Infine la dea, sotto la

pressione di Giove, pone fine al suo supplizio: arrivata in

Egitto, Io riprende il suo aspetto originario. Sulle sponde del

Nilo, la fanciulla darà alla luce Epafo, figlio di Giove e sarà

venerata dal popolo egiziano come dea Iside.

LUCIANO di SAMOSATA, Dialoghi Marini, Noto e Zefiro

160 d.C.

Noto: Zefiro, questa che Ermes conduce in Egitto attraverso

il mare, è la giovenca che Zeus, preso d’amore per lei, ha

violato?

Zefiro: Sì, Noto: allora non era giovenca, ma la figlia del

fiume Inaco.

Adesso però Era l’ha resa tale per gelosia, perché vedeva

che Zeus ne era proprio innamorato.

Noto: E adesso è ancora innamorato della vacca?

Zefiro: E come, e per questo l’ha mandata in Egitto e ci ha

ordinato di non agitare il mare finché non l’avrà passato a

nuoto, perché partorisca laggiù -è già incinta- e diventi una

divinità, lei e suo figlio.

Noto: La giovenca una dea?

Zefiro: Proprio così, Noto: e avrà potere, come Ermes ha

detto, sui naviganti e sarà nostra signora, colla facoltà di

inviare o di impedire che soffi chiunque voglia di noi.

Noto: Per Zeus, allora è da venerare, Zefiro, se è nostra

signora: così sarà più benigna.

Zefiro: Ma ormai ha passato il mare ed è riuscita sulla terra.

Vedi come non cammina più a quattro zampe, ma Ermes

l’ha raddrizzata rendendola di nuovo una donna bellissima?

Noto: Sono cose straordinarie queste, Zefiro: non più corna,

né coda o zampe con le unghie fesse, ma un’amabile

fanciulla. Ma Ermes perché si è trasformato e invece di un

giovane è diventato un muso di cane?

Zefiro: Non intromettiamoci, poiché lui sa meglio di noi il da

farsi.

                                                                                                       continua