Home » Lezioni 9 - 13: Odissea

Lezioni 9 - 13: Odissea

Caratteristiche dell'Odissea

Il Poema

Il secondo poema omerico, generalmente datato all VIII secolo a.C.,

presuppone il primo,L’Iliade del quale riprende molti personaggi e alle

vicende del quale fa costante riferimento (aggiungendone anche di ignote

alla narrazione dell’Iliade stessa). L’Odissea contiene spezzoni di Iliade e

ne è l’epilogo. diceva l’Anonimo del Sublime. Elena, la causa della guerra,

vi compare a raccontare l’episodio nel quale Ulisse si introduce spia in

Troia. Soprattutto, l’aedo cieco dei Feaci, Demodoco, canta la lite fra Achille

e Ulisse, e poi, invitato da quest’ultimo, la presa di Troia. Piange, l’eroe,

tutte e due le volte, coprendosi il capo con Il mantello: piange, dice Omero

della seconda, «come piange una donna, gettatasi sul caro marito / che

cadde davanti alla propria città e alle schiere / per stornare dalla patria e dai

figli il giorno spietato: / ella, che l’ha visto morire e dibattersi, riversa / su di

lui, singhiozza stridulamente, e i nemici di dietro, / battendole con le aste la

schiena e le spalle, / la portano schiava, ad avere fatica e miseria». Piange,

Ulisse, come una donna di Troia, una di quelle che egli stesso ha fatto

schiave!

L’Odissea è però completamente diversa dall’Iliade per tema e struttura. E il

poema del dopoguerra, del ritorno del reduce a casa: e delle narrazioni dei

nostoi, i ritorni dei vincitori greci di Troia, doveva originariamente far parte:

frequenti sono in essa il contrasto con quello tragico di Agamennone e il

parallelismo con quello di Menelao, mentre proprio all’inizio del poema

l'aedo di Itaca, Femio, comincia a cantare il «ritorno luttuoso» degli achei.

Divisa come l’Iliade in ventiquattro libri dai grammatici alessandrini,

l’Odissea ha una struttura, com già sosteneva Aristotele, nella Poetica,

«complessa», e «intreccio doppio»: non narra infatti il ritorno di Ulisse in

patria, nella sua Itaca, in sequenza cronologica, ma si serve (per la prima

volta nella narrativa occidentale) di mirabili anticipazioni e flashback, e

giunge alla fine (duplice, appunto: punizione dei cattivi e trionfo dei buoni)

dividendosi in tre grandi sezioni.

Nella prima (libri I-IV) il protagonista è fisicamente assente dalla

scena (ma la sua assenza costituisce tema ossessivo), mentre viene

presentata la situazione di Itaca, nella quale i principi locali e delle isole

vicine, i Proci o pretendenti, vivono nel palazzo reale consumandone le

ricchezze e facendo la corte a Penelope, la moglie che Odisseo ha lasciato

venti anni prima per recarsi a Troia. Telemaco, l’unico figlio di Odisseo e

Penelope, è ormai un giovane uomo e su impulso di Atena parte per Pilo e

Sparta a cercare notizie del padre presso i suoi antichi compagni d’arme,

Nestore e Menelao.

Con la seconda sezione, (libri V-XII) Odisseo prende il suo posto di

protagonista, dapprima ospite-prigioniero della dea Calipso sulla sperduta

isola di Ogigia, poi in navigazione su una zattera verso Scheria, l’isola dei

Feaci, infine nel palazzo del re di questi ultimi, Alcinoo, dove narra le

proprie avventure (Libri VIII - XII), risalendo indietro nel tempo e costruendo

egli stesso l’«Odissea».

Tutte le tappe di questa (Ciconi, Ciclopi, Eolo, Lestrigoni. Lotofagi, Circe,

Ade, Sirene, Scilla e Cariddi, isola del Sole, Calipso: i mythoi o «apologhi di

Alcinoo») sono fantastiche e ambientate

in luoghi al di fuori del mondo reale (benché sin dall’antichità si sia

caparbiamente tentato di ritrovarne l’ubicazione attorno al Mediterraneo, o

in Scandinavia, e persino sull’intero pianeta). Tutte, dopo l’episodio di

Polifemo, sono dominate dall’ira del dio del mare, Poseidone, del quale

Odisseo ha accecato il figlio Ciclope. E’ l’ira di Poseidone a determinare il

lungo errare di Odisseo, ma l’eroe non rifiuta mai, e anzi desidera, la

conoscenza di luoghi, esseri e costumi strani, mostruosi e pericolosi (come

le Sirene, di cui vuole a tutti i costi ascoltare il canto mortale).

La narrazione di Odisseo esercita inesauribile fascino già sui primi

ascoltatori, i Feaci stessi, che, in silenzio, sono disposti a seguire il racconto

per tutta la notte; e poi attraverso i secoli sino ai nostri giorni, mentre sin

dall’antichità ne emerge il carattere immediatamente esemplare, che darà

luogo ben presto alle interpretazioni allegoriche e morali. Che l’incontro con

i Mangiatori di loto rappresenti la tentazione suprema dell'oblio è

osservazione tanto ovvia a una prima lettura quanto tuttora pertinente. Il

confronto con Polifemo può essere letto come lo scontro con l’altro da sé,

l’inumano il mostro (l’orco delle fiabe), il selvaggio, il primitivo, il cannibale.

Le Sirene rappresenteranno la seduzione del canto, della morte, della

conoscenza, della bellezza carnale (e Odisseo legato all’albero della nave

quando questa passa davanti alle Sirene verrà interpretato in ambito

cristiano addirittura come prefigurazione di Cristo inchiodato alla croce). Il

lungo soggiorno presso Calipso, il rifiuto dell’immortalità, la «nostalgia»

(letteralmente, «tristezza del ritorno») potranno essere presi per incrollabile

fedeltà al proprio essere uomo, per rigetto della divinità, ma anche come

anelito di Odisseo non verso la terra natale, ma verso la Patria, celeste

(sarà il filosofo neoplatonico Plotino a consacrare questa interpretazione).

La visita all’Ade, la nekyia o evocazione dei morti: l’incontro con la madre,

con Achille, Agamennone, Aiace, gli eroi e le eroine del mito è collocata

significativamente al centro di questa trama: perché costituisce l’esperienza

suprema dì ciò che non è più, del mondo della morte dal quale l’eroe è

toccato sin nel profondo delle sue radici esistenziali (la madre), della propria

giovinezza (i compagni di Troia), del passato tutto della sua gente: nel

quale egli deve sprofondare per poterne emergere vivo e cosciente. .

Tuttavia, la terza e ultima sezione dell’Odissea (libri XIII - XXIV) è dedicata

al ritorno_a_Itaca su una nave dei Feaci e alla riconquista da parte dell’eroe

della sua reggia e della moglie insidiata dai pretendenti. Odisseo,

trasformato in vecchio mendicante da Atena, riparte ancora una volta da

zero (già arrivando a Scheria compariva nudo e incrostato di sale, come un

vero Nessuno, il nome col quale si era presentato a Polifemo). È questa

la_parte del poema nella quale si succedono in crescendo l’una dopo l’altra

le scene di riconoscimento e misconoscimento - con Telemaco, con il

cane_Argo, con la nutrice Euriclea. con Penelope, con Eumeo e Filezio,

con il padre Laerte - che già avevano segnato le prime due parti. A poco a

poco, attraversando scene comiche (la lotta con l’altro mendicante, Iro),

patetiche (la morte del cane Argo) e apocalittiche (il riso cieco dei Proci),

Odisseo prepara la tremenda vendetta sui pretendenti, che stermina tutti

senza pietà dopo aver vinto la gara con l’arco proposta da Penelope per

decidere chi avrebbe dovuto sposarla. Dopo la lunga notte che marito e

moglie finalmente passano insieme, il poema termina con il

ricongiungimento di Odisseo col padre e con la pace che Atena stabilisce

tra Odisseo e i suoi da un lato e i parenti dei Proci dall’altro

  1. L’Odissea ha inizio con una situazione di stallo, i cui personaggi sono delineati con tratto sicuro ma essenziale
  2. Il “risveglio” di Telemaco è un elemento importante nel primo libro, in quanto una serie di scene in questo libro e nel successivo, indica che egli è divenuto maggiorenne.
  3. I Proemi di Iliade e Odissea presentano notevoli analogie, in particolare all’inizio. Viene dapprima il tema: μηνιν (ira)/ άνδρα (uomo), poi un aggettivo quadrisillabo caratterizzante il tema: ουλομενην/πολύτροπον
  4. L’invocazione alla Musa vuole farci capire che il suo racconto di avvenimenti così lontani nel tempo non è una sua invenzione, ma è avvalorato da una divinità che parla attraverso la sua bocca.
  • ννεπε: coincide con l’insece della traduzione di Livio Andronico:”virum mihi, Camena, insece versutum
  •  Con i vari epiteti di Ulisse, il poeta vuole sottolineare il ruolo fondamentale dell’intelligenza.
  • Επέρσε: vero conquistatore di Troia fu Odisseo, perché fu lui l’ideatore del cavallo di legno e fu lui a comandare gli uomini al suo interno.
  • V. 7: e’la vera morale dell’intero poema: ciò che tra poco ribadirà Zeus, è la malvagità degli uomini come causa delle loro sofferenze. Gli uomini non solo soffrono ma meritano di soffrire.V. 11: “la ripida morte” metafora che può avere due significati:Ø Calipso: figlia di Atlante. Ha molto in comune con Circe, ma rappresenta per Odisseo una minaccia molto più seria. Il suo nome, appropriato per una ninfa che tiene Odisseo nascosto per sette anni (colei che nasconde”’ sottolinea la funzione di Calipso nel racconto.
  • V. 11: “la ripida morte” metafora che può avere due significati:Calipso: figlia di Atlante. Ha molto in comune con Circe, ma rappresenta per Odisseo una minaccia molto più seria. Il suo nome, appropriato per una ninfa che tiene Odisseo nascosto per sette anni (colei che nasconde”’ sottolinea la funzione di Calipso nel racconto.
    • La morte è un salto da uno scosceso precipizio
    • La morte come onda che dall’alto sovrasta la sua vittima.
    • In ogni caso Omero si riferisce all’inarrestabilita’ della morte, che sfugge al controllo di uomini e dei.
  •  
  • V. 17: il verbo ἐπεκλώσαντο significa “filarono, assegnarono col filare”. Secondo la credenza comune, il destino di un uomo riguardo al tempo della sua morte e al generale bilancio di bene e male della sua vita, era fissato fin dalla sua nascita. Nella mitologia nordica, erano le tre Norne che tessevano il filo della vita, che veniva tagliato al momento della morte. 

              

  • V. 22: Etiopi (αἰθίωψ): il significato era “dalla pelle bruciata”. Si trattava di un popolo pio, giusto, amato dagli dei. Di essi parla Eliodoro, scrittore greco del III – IV secolo d. C. nei 10 Libri delle Etopiche. Il re degli Etiopi era Memnone, figlio di Eos, l’aurora. 
  • V. 32: la teologia implicita nel discorso di Zeus, che non presenta aspetti nuovi, ha la funzione di dare il via all’azione. La vicenda di Egisto, che prefigura il fato dei Proci, è raccontata in modo da rendere più netta l’antitesi tra la sua meritata punizione e le immeritate sofferenze di Odisseo. Zeus allude all’abitudine di attribuire a un dio ogni sventura di cui non sia evidente la causa. Un certo grado di sofferenza è parte della condizione umana, poiché gli uomini subiscono forze indipendenti dal loro controllo. E’ di questo che gli dei sono responsabili, Zeus non lo nega. Ma gli uomini si tirano addosso anche altri guai con la loro follia e perversità. 
  • V. 47: L’imprecazione di Atena preannuncia la morte dei Proci. Si narra che fosse stata citata da Scipione l’Africano alla morte di Tiberio Gracco. 
  • V. 52: Calipso e Atlante creano un senso di indefinibile minaccia. In Esiodo, Atlante è figlio del Titano Giapeto e sta nel lontano occidente o nell’oltretomba, sostenendo il cielo per ordine di Zeus. Nell’Odissea questo quadro si combina con l’idea, diffusa nel Vicino Oriente antico, di colonne che reggono il cielo. Lesky ha illustrato la collocazione di Atlante nel mare confrontando la situazione parzialmente analoga del gigante “Upelluri” del mito hittita/urrita. 
  • V. 59: Odisseo vorrebbe morire perché il suo ardente desiderio di rivedere Itaca sembra privo di speranza. Anche Penelope sente che per lei sarebbe preferibile morire piuttosto che continuare a vivere in perpetuo lusso per Odisseo (XVIII, 202-205; XX, 61, sgg). 
  • V. 93: il viaggio di Telemaco ha un doppio scopo:  
    • La ricerca di notizie del padre
    • La fama, legata al suo maturare come uomo, in grado di prendere decisioni autonome, in vista di una eventuale successione sul trono del padre.